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Dispiace sempre distruggere un mito ma le maschere non compaiono solo una volta l'anno, nel tempo festivo e protetto di Carnevale, l'unico in cui ogni scherzo vale. Le maschere, spesso, non hanno neppure i volti scherzosi, colorati, familiari di Pulcinella, Arlecchino, Pantalone o Brighella.. Se, nel Carnevale, maschere come quelle di Pulcinella o dei Dragon Ball si acquistano, sempre più care, per far provare ai bambini, in un momento scherzoso, il brivido di essere altri, sia pure entro i limiti imposti dalle tradizioni o dai consumi di massa, durante tutto l'anno altre maschere fanno sul serio.
Le maschere, in senso lato, sono dilatazioni del nostro corpo nel mondo; controfigure meditate che ci consentono di alterare deliberatamente la nostra identità. Con la maschera, insomma, possiamo andare oltre il nostro corpo e imboccare quel sentiero che dall'Ego ci porta all'Alter (altro me stesso), che ci fa simultaneamente essere noi stessi e altro da noi stessi". In ambito psicologico la maschera è, "il camuffamento quotidiano, la simulazione, la dissimulazione che, a vari livelli, ciascuno di noi mette in atto quotidianamente. L'attore, in questo senso, è il non plus ultra del modo di esistere in maschera: volubile d'umore, reattivo, drammatico, esigente, egocentrico, attraente, seduttivo , capriccioso, petulante come una caricatura. Il carnevale, come si vede, è permanente. Vi ricerchiamo identità immaginarie, ci mettiamo in maschera per metterci in mostra come narcisi, oppure per proteggerci. Contemporaneamente possiamo mettere in maschera gli altri, i politici più in vista; possiamo tirarli fuori dalle loro poltrone, smascherandoli, trasformandoli in statue di cartapesta che sfilano, a Viareggio, quali sciantose di una, ahimé famigerata, Politica delle banane.
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