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L'inaspettata bocciatura dell'emendamento del Governo, detto delle «quote rosa», affossato a voto segreto con una schiacciante maggioranza di 452 voti contrari e 140 favorevoli, ha scatenato l'ennesima bagarre in aula durante le votazioni sulla legge elettorale. Se l'emendamento fosse passato, avrebbe introdotto l'obbligo di candidare in ogni lista bloccata una donna ogni tre uomini, garantendo così una presenza di almeno il 30% di donne.
Da entrambi gli schieramenti politici si è subito gridato allo scandalo. Il voto contrario è stato interpretato come una congiura maschilista, una manifestazione di stupidità, un trionfo di opportunismo, un pessimo esempio di solidarietà cameratesca maschile, una vera e propria «guerra dei sessi», finalizzata a limitare l'accesso al Parlamento alle rappresentanti dell'universo femminile.
Personalmente, da donna , da elettrice e militante del partito di Forza Italia, pur apprezzando l'impegno quotidiano di ognuna delle nostre parlamentari, pur elogiando la loro competenza e i loro sforzi di emergere in un mondo in cui indubbiamente esiste una certa diffidenza nei confronti delle donne ed un malcelato e diffuso maschilismo di fondo, in coscienza non riesco proprio ad essere d'accordo con il concetto di «quota» in quanto tale.
L'imposizione di una percentuale minima garantita di rappresentanti di sesso femminile in una lista, non solo rischia di essere incostituzionale e moralmente ghettizzante, ma mal si concilia, a mio avviso, con il concetto di meritocrazia su cui si dovrebbe fondare una politica liberale. E soprattutto c'entra poco con i valori di uguaglianza e parità per i quali un'intera generazione di donne ha fortemente combattuto negli anni del femminismo. E' indubbio ed evidente che noi donne siamo in grado di farcela benissimo da sole a competere con i colleghi maschi. Possiamo raggiungere ogni obiettivo che ci prefiggiamo, non certo grazie all'umiliante meccanismo delle quote, ma contando solo su noi stesse e sulle nostre effettive capacità, senza dover aspettare, quasi fossero un contentino, le concessioni di un Parlamento in gran parte composto da uomini.
Da donna che prova grande interesse ed autentica passione per la politica, non ritengo sia giusto né gratificante accontentarmi di emergere in questo campo soltanto grazie ad una legge. Lo troverei a dir poco riduttivo e, francamente, discriminante. Preferirei di gran lunga dimostrare a me stessa e a tutti gli altri di avercela fatta per i miei meriti e per le mie effettive qualità, senza che nessuno possa mai accusarmi di essere stata eletta soltanto grazie al meccanismo delle quote. Semmai si dovesse ipotizzare, in linea teorica, un concetto di «quota», troverei, al limite, più giusto e ragionevole garantire degli spazi ai giovani, se non altro perché una delle due Camere - il Senato - esclude la presenza di rappresentanti delle nuove generazioni, visto che secondo la Costituzione i senatori non possono essere under 40.
C'è però un fatto positivo: tutto il polverone che si sta alzando in questi giorni sul tema delle «quote rosa» mette, infatti, sotto gli occhi di tutti un problema reale, troppo spesso trascurato, che è quello della scarsa presenza femminile nelle cariche istituzionali del nostro Paese. Non penso che la soluzione sia facile, immediata o a portata di mano, ma sono comunque convinta che un dibattito civile e costruttivo sia sempre un ottimo punto di partenza per iniziare ad invertire questa tendenza tutta italiana. E chissà che tra qualche anno, anche da noi, come in Germania, non arrivi, anche senza quote, un Presidente del Consiglio in gonnella...
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